Apocalisse Queer/3
Apocalisse Queer è una serie di contributi nati da una open call. In questo capitolo: Alice Melani; Marta "Marea" Cavicchioni; Alice Roman
lesbo-macelleria
“vedi, don,
il fatto è semplice, cioè che chiamarmi è diventato complesso,
e tutto tira, qui dentro
come se questo corpo mi stesse stretto.
E non c’entra la taglia di seno, cosa ho tra le gambe o se ho peli sul petto.
te lo dico sottovoce:
questa non è casa mia ma un grosso macello
tanto che
a volte ho come l’impressione
che tutti ne vogliono un pezzo:
strappano quello che possono
maledetta, toglimi le mani dal collo
no, non era un maranza, ma la tua compagna di corso.
dimmi, don, che cosa mi resta, di quella notte, in fondo?
un suo ricordo maldestro,
qualche respiro bavoso di troppo
e le lacrime che mi rigavano il volto
— pensa che, per la vergogna, io il suo nemmeno lo ricordo.
quindi don, forse sono solo questo:
un taglio di capelli corto, un paio di pantaloni da lavoro, una cintura troppo stretta per quella taglia da uomo.
un pezzo di carne al macello,
ma anche testimone del fallimento
di questa maniacale necessità
di ficcare ogni persona
in un cassetto”
(Alice Melani)
(Marta Marea Cavicchioni)
Tutto può essere
Bisessuale -
vivo il tutto e il contrario di tutto - come d’altronde a noi piace, qualsiasi cosa.
Esiste da sempre questo qualsiasi cosa nella bocca della gente come un insulto
che ci raccoglie da terra e ci ributta nel fiume. Deve metterci da parte e farlo
male - farci male, da essere spazzat3 via per non rischiare di annacquare ciò che
abbiamo attorno. Qualsiasi cosa, in quanto noi priv3 della capacità di discernere
- ci manca quell’indispensabile carattere umano, il raziocinio che ci consente di:
metterci da una parte o dall’altra
avere più a cuore una cosa o un’altra
posizionarci in un punto solo
ci è impedito orbitare - ci è impedito ruotare - ci è impedito fare giri tresessanta
per andare dal lato opposto e poi addirittura pretendere di voler tornare indietro.
Io ho i ponti: collego due punti e li percorro, e una volta giunta di qua posso
sempre tornare di là, e una volta tornata di là posso sempre riportarmi di qua.
Io ho il pendolo: oscillo tra qualcosa che magari sarà dolore ma mai è noia,
perché il viaggio che faccio avanti/indietro non solo conosce l’avanti e l’indietro,
ma conosce tutti gli infiniti punti che stanno tra l’avanti e l’indietro e li ri-conosce ogni volta che passo.
Io ho le lancette dell’orologio: non vado avanti ma a cerchio.
Invento questo futuro: quello in cui non mi viene chiesto nulla, quello in cui sono
a casa ovunque invece che non essere a casa da nessuna parte.
Il bi-futuro in cui i ponti non mi vengono bruciati
mi si accetta il senso orario e quello antiorario
ho una voce che viene ascoltata per prima
non vengo mai dedotta
non vengo mai sottintesa
non vengo mai assimilata.
Il bi-futuro in cui posso mettere via tutti i verbi passivi
in cui non sono pensata liquida perché non sono liquida
perché non ho mai preso la forma del mio contenitore.
(Alice Roman)


